La Campagna di Russia

1941 L’inizio della Campagna di Russia

Il 22 giugno 1941 la Germania invase l’URSS. I motivi dell’attacco erano sia ideologici sia strategici. Da una parte si voleva perseguire la lotta al comunismo e la conquista dello Spazio Vitale (Lebensraum) dall’altra Hitler era convinto che Stalin stesse tramando un attacco a sorpresa contro la Germania e con l’Operazione Barbarossa intendeva anticiparlo. In realtà non era così.

L’offensiva contro l’URSS fu scatenata su un fronte molto ampio: dal circolo polare al Mar Nero. Tre erano le direttrici principali: Nord con obiettivo Leningrado, Centro con obiettivo Mosca, sud con obiettivo Kiev. L’esercito tedesco era grande, ma non abbastanza. Fu necessario quindi ricorrere all’aiuto degli alleati: la Romania, l’Ungheria, la Finlandia, perfino la Slovacchia inviarono dei corpi di spedizione. Altri paesi come Spagna e Portogallo permisero ai loro cittadini di militare come volontari nella Wehrmacht, furono inoltre reclutati molti cittadini sovietici anticomunisti che formarono intere divisioni dell’esercito e delle Waffen-SS (Lettoni, Estoni, Lituani, Ucraini, Cosacchi ecc.).

Operazione Barbarossa - Giugno 1941

Operazione Barbarossa – Giugno 1941

L’Italia contribuì quasi da subito con il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia), formato da 3 divisioni più vari reparti di Corpo d’Armata per un totale di circa 62.000 uomini, che giunse nel sud della Russia nell’agosto del 1941. Lo comandava il generale Giovanni Messe, uno dei migliori comandanti italiani del tempo. Il CSIR diede una buona prova, tanto che i Tedeschi chiesero l’invio di altre truppe italiane.

Nel maggio del 1942 Mussolini decise la formazione di un nuovo Corpo di Spedizione, L’ARMIR, che divenne operativa in luglio. Erano 230.000 uomini in tutto divisi in 3 Corpi d’Armata di cui uno Alpino, comandati dal generale Italo Gariboldi. Il CSIR venne rinominato XXXV Corpo d’Armata e fu inglobato nell’ARMIR.

Oltre alle forze di terra, in Russia operarono anche un Corpo Aereo della Regia Aeronautica (con aerei da caccia, ricognizione e trasporto), e un contingente navale della Regia Marina formato da Mas, sommergibili tascabili ed altre piccole unità, che inviato sul Mar Nero ottenne diversi successi contro il naviglio sovietico.

Nel frattempo l’avanzata delle Forze dell’Asse nel sud della Russia aveva subito una battuta d’arresto. I Sovietici erano riusciti ad accumulare notevoli riserve ed a sferrare, a partire dall’agosto 1942, delle controffensive che avevano messo in crisi l’intero settore. L’ARMIR, schierata tra l’Armata Ungherese a nord e l’Armata Rumena a sud, arrestò gli attacchi al prezzo di gravi perdite. Fino a novembre la situazione rimase pressochè immutata, con le truppe italiane attestate su un fronte di 270 km allestito con opere difensive simili a quelle della Grande Guerra.

Il 19 novembre 1942 l’Armata Rossa lanciò una massiccia offensiva volta ad accerchiare la 6ª Armata tedesca impegnata a Stalingrado. L’azione portò anche all’annientamento dell’ Armata romena, schierata a sud-est dell’ARMIR. In tal modo gli Italiani rimasero pericolosamente esposti a nuove possibili manovre nemiche.

Il 16 dicembre un’altra offensiva sovietica (operazione Piccolo Saturno) si scatenava contro il settore centrale del fronte italiano. Il primo attacco fu respinto, ma il 17 dicembre i Russi impiegarono le loro truppe corazzate e l’aviazione, travolgendo i difensori e obbligandoli alla ritirata. L’obiettivo della grande manovra sovietica era di congiungere alle spalle dello schieramento italo-tedesco-rumeno le due braccia di una tenaglia, formata da potenti gruppi corazzati. Il 21 dicembre le due colonne russe provenienti da nord e da est si incontrarono a Degtevo, chiudendo di fatto il XXXV Corpo d’armata italiano e il XXIX Corpo d’Armata tedesco in un’immensa sacca. Quasi prive di mezzi di trasporto, costrette a vagare a piedi in cerca di una via di scampo, le divisioni di fanteria dell’ARMIR finirono in gran parte annientate, falcidiate dalla fame, da un freddo polare, dagli attacchi delle colonne corazzate nemiche e dei reparti partigiani che agivano alle loro spalle.

Il 12 gennaio 1943 i sovietici diedero il via alla seconda fase dell’offensiva, travolgendo l’Armata Ungherese, schierata a nord del Corpo d’Armata Alpino. Il Corpo d’Armata alpino rimase chiuso in una sacca che includeva anche la divisione Vicenza. L’ordine di ripiegare dal Don venne dato solo il 17 gennaio, con molto ritardo.

Durante la ritirata, le truppe dell’Asse (in particolare Italiani ma anche Ungheresi e Tedeschi) in marcia verso ovest si trovarono la strada sbarrata da ingenti forze sovietiche che si erano asserragliate nel villaggio di Nikolajevka. L’unica unità rimasta relativamente integra ed ancora in grado di combattere era la divisione alpina Tridentina. Con un attacco disperato condotto dal comandante della divisione generale Reverberi (MOVM), gli alpini riuscirono ad avere la meglio su un nemico molto meglio equipaggiato, seppure al prezzo di gravi perdite. Gli alpini riuscirono nel miracolo, arrivando perfino a fare dei prigionieri, a catturare quattordici cannoni ed a riutilizzarli contro i Russi. Innumerevoli furono gli atti di eroismo, e molte le decorazioni al valore che furono concesse; una battaglia epica, che costò la vita a moltissimi alpini. Fu così che circa 20.000 uomini, tra i quali più di 7000 feriti o congelati, riuscirono a uscire dalla sacca ed a raggiungere il 31 gennaio le linee amiche a Scebekino. Delle 4 divisioni solo una, la Tridentina, era riuscita a rimanere complessivamente integra, seppure fortemente dissanguata. Delle altre, riuscirono a rientrare solo poche migliaia di uomini, per lo più sbandati.

Con la sostanziale distruzione dell’ARMIR ebbe di fatto termine la partecipazione italiana alla campagna sul fronte orientale. Solo poche unità minori rimasero operative, alle dipendenze dirette della Wehrmacht. Il CSIR nelle fasi iniziali della campagna di Russia aveva avuto oltre 1.600 morti, 5.300 feriti, più di 400 dispersi e oltre 3.600 congelati. Tra il 30 luglio 1942 e il 10 dicembre 1942 l’ARMIR ebbe 3.216 morti e dispersi e 5.734 fra feriti e congelati. Per quanto riguarda le perdite durante la battaglia sul Don e la ritirata, le cifre ufficiali parlano di 84.830 militari che non rientrarono nelle linee tedesche, e che furono indicati come dispersi, oltre a 29.690 feriti e congelati che riuscirono a rientrare. Le perdite ammontarono quindi a 114 520 militari su 230 000. Difficile dire in quanti caddero nei combattimenti e quanti vennero catturati ed avviati ai campi di prigionia; resta il fatto che degli 84.830 dispersi solo in 10.030 fecero ritorno in Italia dopo la guerra.

Le disfatte del fronte meridionale a Stalingrado e sul Don sancirono l’inizio della fine dell’egemonia nazista in Europa. L’Armata Rossa continuò ad avanzare ed a liberare i territori che erano stati occupati dai Tedeschi. Due anni dopo, al prezzo di milioni di morti, giunse a Berlino.

Gli Alleati della Germania sul Fronte Orientale

Il fronte russo è stato indiscutibilmente il campo di battaglia più esteso in tutte le guerra combattute dall’uomo nella storia: si estendeva praticamente senza soluzione di continuità dal Circolo Polare Artico al Mar Nero, per una lunghezza che al suo apice raggiunse poco meno di 3000 chilometri.
Una simile vastità richiese l’impiego di una enorme quantità di uomini, soprattutto nelle fasi difensive della campagna. La Wehrmacht, già impegnata come forza d’occupazione in mezza Europa e con un corpo di spedizione combattente in Nord Africa, ebbe grande difficoltà a schierare un numero sufficiente di uomini. Per questa ragione attorno alla Germania fu costituita una vera e propria forza multinazionale rivolta a recuperare uomini per combattere il comune nemico sovietico.

Questa forza era estremamente eterogenea, e comprendeva sia stati indipendenti con corpi di spedizione autonomi (Romania, Finlandia, Ungheria, Italia, Bulgaria, Slovacchia), sia volontari stranieri incorporati nella Wehrmacht dalle proveninenze più disparate: Lettoni, Lituani, Estoni, Russi, Ucraini, Armeni, Cosacchi, Valloni, Fiamminghi, Olandesi, Croati, perfino Spagnoli e Portoghesi, questi ultimi due inseriti nella famosa Divisione Azzurra dell’esercito tedesco. Tanto diversa era la provenienza di questi uomini, quanto diverse potevano essere le motivazioni che spinsero intere nazioni o singoli volontari a partire per la Russia: la difesa del territorio nazionale (Finlandia) o la sua liberazione dai Sovietici (per gli stati baltici), calcolo politico, l’obbligo di rispettare un patto d’alleanza, o anche per combattere il bolscevismo come nel caso di molti volontari centroeuropei e scandinavi che si arruolarono nelle Waffen-SS.

Anche equipaggiamento e addestramento potevano variare moltissimo, ma in genere erano entrambi di gran lunga inferiori agli standard tedeschi. In alcuni casi, quelli più drammatici, i contingenti dei paesi alleati furono in parte o in toto riequipaggiati con armi e materiali forniti tedeschi. Per quanto concerne i volontari incorporati nella Wehrmacht, in larga maggioranza furono impiegati come lavoratori militarizzati o con compiti di presidio nelle retrovie, tuttavia in diverse occasioni vennero organizzati in unità militari autonome con la truppa formata da membri di una certa etnia e con sottufficiali e ufficiali almeno in parte tedeschi. Oltre alla già citata divisione spagnola, alla Legione Croata e a varie altre formazioni incorporate nell’esercito tedesco, molte altre unità “etniche” formate da Lettoni, Estoni, Fiamminghi e Olandesi, solo per citarne alcune, combatterono nelle Waffen-SS. In tutti questi casi gli uomini erano equipaggiati e armati con materiale tedesco (o di preda bellica) e portavano insegne distintive della loro provenienza.

OPERAZIONE BARBAROSSA

Il 22 giugno 1941 la Wehrmacht attaccò la Russia su un fronte larghissimo. L’Armata Rossa fu colta di sorpresa, così come tutta la dirigenza sovietica. Obiettivo dell’operazione era la conquista della parte europea dell’URSS con le sue città principali (soprattutto Mosca) e le aree industriali e minerarie, oltre alla distruzione delle forze armate viste da sempre come una grave minaccia per la Germania.

L’attacco fu condotto da tre gruppi di Armate (denominate Nord, Centro, Sud) per un totale di 146 divisioni. L’Armata Rossa era molto più grande ma male organizzata, schierata e comandata. Solo nei primi dieci giorni furono spazzate via 40 divisioni con 300.000 uomini, ed immense quantità di armi e mezzi. La quantità di prigionieri caduti in mano tedesca fu tale che in alcuni casi rallentarono l’avanzata verso oriente. Il 26 settembre cadde Kiev, e ciò costò ai Russi 5 armate e un milione di uomini, tra cui circa 600.000 prigionieri.

L’avanzata proseguì inarrestabile per mesi: furono inflitte perdite gravissime e vastissimi territori vennero conquistati. La stanchezza ed il logoramento iniziarono però a farsi sentire: le linee di rifornimento si erano allungate a dismisura e forti contingenti dovevano essere lasciati a presidio delle zone occupate. La veloce avanzata aveva infatti lasciato dietro le linee intere unità regolari dell’esercito sovietico: aiutate dalla popolazione locale queste avevano costituito pericolose formazioni partigiane che attaccavano la Wehrmacht alle spalle. Inoltre, un inverno freddissimo si stava avvicinando inesorabilmente e l’Armata Rossa si stava riorganizzando e potenziando. Lo slancio offensivo tedesco verso Mosca si spense alla fine del 1941, quando i reparti della Wehrmacht che si erano spinti più avanti vennero fermati a trenta chilometri dalla capitale.
A nord invece, l’avanzata fu fermata davanti a Leningrado, mentre a sud l’avanzata procedette ancora per alcuni mesi, per fermarsi definitivamente dopo la presa di Stalingrado nell’autunno del 1942.

Fronte Meridionale 1941 – Sorgente wikipedia