Italia in guerra

La storia militare d’Italia durante la seconda guerra mondiale è ricca di episodi controversi, fu caratterizzata soprattutto dall’improvvisazione con cui il paese venne coinvolto nella guerra, dell’imperizia delle gerarchie politiche e militari, e della debolezza della struttura economica e sociale.

La campagna d’Italia, iniziata con l’invasione della Sicilia il 10 luglio 1943 e conclusa dalla capitolazione tedesca il 2 maggio 1945, non fu tanto la conseguenza di chiare scelte strategiche quanto il risultato di un compromesso fra gli alleati e di indecisioni da parte tedesca.

Indice

Cronologia 1943-45

La parte di storia riportata sul nostro sito è prevalentemente concentrata sulle vicende, successive alla liberazione di Roma, legate in particolare al nostro territorio, dal Tirreno, all’Adriatico e a cavallo dell’Appennino fino al Po. Questi gli argomenti trattati:

1941-1942 La Campagna di Russia

1943-1945 La Guerra in Italia

1938 – Una guerra per l’arte

 

Troops from the 51st (Highland) Division unloading stores from tank landing craft on the opening day of the invasion of Sicily, 10 July 1943.

Truppe della 51st Highland Division mentre scaricano il materiale dai mezzi da  sbarco il 10 luglio del 1943. Poco dopo l’alba, gli uomini della  Highland Division, nell’acqua fino alla vita, scaricano il materiale mentre vengono preparate le piste per i mezzi pesanti. Foto di Parnall, C H (Lt), Royal Navy official photographer – http://media.iwm.org.uk/iwm/mediaLib//30/media-30134/large.jpg This is photograph A 17916 from the collections of the Imperial War Museums.

LA GUERRA IN ITALIA 1943-1945

  1. Lo sbarco in Sicilia 10 luglio 1943
  2. Medical Service nel Teatro Mediterraneo
  3. The story of the 337th Engineer General Service Regiment and the 1338th Engineer Combat Group (in inglese)
  4. The story of the 316th Engineer Combat Battalion (in inglese)
  5. Le locomotive Whitcomb Ne 120 e il Military Railway Service
  6. AMERICAN “RAILS” IN EIGHT COUNTRIES – The story of the 1st Military Railway Service (in inglese)
  7. L’avanzata alleata del Luglio – Agosto 1944
  8. Le battaglie di autunno Settembre Dicembre 1944
  9. La Linea Gotica
  10. L’attacco del II corpo d’armata per espugnare il passo del Giogo
  11. I piani americani
  12. Le posizioni tedesche
  13. Truppe impegnate nella battaglia al Passo del Giogo 12-18 settembre 1944
  14. L’attacco a Monticelli (12-18 settembre 1944)
  15. L’attacco a Monte Altuzzo (12-18 settembre 1944)
  16. The Operations of 2nd Battalion, 338th Inf. (85th U.S. Inf. Div.) In Taking Mount Delle Formiche, Italy 10-13 Oct. 1944
  17. I Lituani al Passo del Giogo
  18. L’Italia divisa in due: la caduta del fascismo e l’armistizio dell’8 settembre 1943
  19. La vita quotidiana delle popolazioni
  20. La Resistenza nell’Italia occupata
  21. L’importanza militare della Resistenza
  22. La Resistenza in Toscana
  23. La resistenza in Mugello
  24. Il fascismo dopo l’8 settembre: la Repubblica Sociale Italiana RSI
  25. 1943 – 1945 La liberazione in Toscana

LO SBARCO IN SICILIA

La campagna d’Italia, iniziata con l’invasione della Sicilia il 10 luglio 1943 e conclusa dalla capitolazione tedesca il 2 maggio 1945, non fu tanto la conseguenza di chiare scelte strategiche quanto il risultato di un compromesso fra gli alleati e di indecisioni da parte tedesca.
Gli Stati Uniti volevano attaccare l’Europa continentale occupata dai nazisti sbarcando in Francia, perché quella era la strada più diretta per distruggere le forze armate tedesche e sconfiggere la Germania. La Gran Bretagna invece premeva per attaccare i Balcani, per difendere gli interessi inglesi in Medio Oriente e contenere l’espansione sovietica. Gli angloamericani trovarono un accordo di compromesso sull’obiettivo intermedio di invadere la Sicilia e l’Italia meridionale per proteggere le rotte nel Mediterraneo, occupare le basi aeree della piana di Foggia e forzare l’Italia alla resa.
Anche in Germania si sostenevano strategie diverse: abbandonare l’Italia centro-meridionale e le isole ritirandosi subito sull’Appennino lungo la linea Pisa-Rimini (più o meno la futura linea Gotica), oppure combattere una lenta ritirata lungo tutta la penisola. Hitler, inizialmente favorevole a ritirarsi, fu convinto alla difesa ad oltranza dai successi delle armate tedesche nel contenere l’avanzata alleata dopo lo sbarco a Salerno il 9 settembre 1943, il giorno dopo l’annuncio dell’armistizio con l’Italia.
Durante l’inverno 1944, mentre gli eserciti contrapposti si dissanguavano lungo la Linea Gustav a Cassino e nella testa di ponte di Anzio, i contrasti fra gli alleati tornarono in superficie. Dopo la liberazione di Roma il 4 giugno 1944, la Gran Bretagna sostenne ancora la possibilità ¤i invadere l’Istria e i Balcani e giungere alla Germania da Sud. Gli Stati Uniti però rifiutarono di distogliere altre forze dalla preparazione dell’invasione delta Francia, e la campagna d’Italia continuò come una guerra di attrito con l’unico obiettivo di trattenere distanti dai fronte nord occidentale il maggior numero di divisioni della Wehrmacht.
L’attacco iniziale contro la linea Gotica scattò nel settore adriatico il 25 agosto 1944. Tuttavia dopo una prima rapida avanzata l’impeto dell’8a armata britannica si spense contro la resistenza delle truppe tedesche rinforzate da sette divisioni trasferite in fretta dall’Appennino centrale che, così ³guarnito, venne attaccato dalla 5″ armata americana il 10 settembre 1944 al Passo del Giogo. Alla fine di settembre gli alleati erano riusciti a penetrare le difese della Gotica lungo la costa adriatica e in Toscana, ma l’arrivo del maltempo e la mancanza di rimpiazzi e di rifornimenti bloccò l’avanzata impedendo uno sfondamento decisivo fino alla pianura Padana: un altro inverno di patimenti attendeva i combattenti e la popolazione. L’offensiva finale alleata scattò il 9 aprile 1945, portando in un mese alla dissoluzione dell’esercito tedesco e alla liberazione di tutta l’Italia del Nord in concomitanza con l’insurrezione generale guidata dalle forze della resistenza. II 2 maggio 1945 le truppe germaniche capitolavano senza condizioni. In due anni di battaglie, gli alleati avevano subito circa 312 000 morti, feriti e dispersi, i tedeschi 336 000. All’Italia venti mesi di guerra erano costati 187 000 morti (compresi 120 000 civili, dei quali circa 40 000 periti nei bombardamenti) e 210 000 dispersi, inclusi più di 100 000 civili.

L’AVANZATA ALLEATA DEL LUGLIO-AGOSTO 1944

La Battaglia del Chianti

di Corso Paolo Boccia

Dopo la liberazione di Roma il 4 giugno 1944, i comandi tedeschi decisero di ritardare l’avanzata alleata attestandosi su linee difensive preordinate secondo un calendario rigidamente stabilito, che prevedeva di abbandonare l’Arno e Firenze l’11 agosto, per attestarsi poi a tempo indefinito lungo la dorsale appenninica. Con l’avvicinarsi del fronte, la presenza militare tedesca in Toscana, prima limitata a pochi e innocui presidi territoriali, si fece massiccia. Lunghe colonne motorizzate e ippotrainate si ritiravano di notte lungo le strade, sostando al coperto durante il giorno per sfuggire agli attacchi aerei alleati. I mezzi diretti a sud per rifornire le truppe al fronte ritornavano carichi di masserizie depredate nella zona del fronte e rivendute o barattate alimentando il mercato nero. Con l’avvicinarsi dei combattimenti la stessa sorte toccò alle case e alle botteghe del Chianti, saccheggiate e vandalizzate dalle truppe in ritirata.
Il Valdarno superiore, che offriva la via di accesso più diretta verso Firenze, era difeso in forze dal LXXVI corpo corazzato germanico. Il compito di ritardare quanto più possibile l’avanzata alleata nel settore più aspro e collinoso del Chianti cadde invece sul I Corpo paracadutisti, veterano di tante battaglie durante la lunga risalita alleata della penisola quasi un anno prima, composto dalla 4ª divisione paracadutisti e dalla 356ª divisione fanteria. Fu proprio lì che il gen. S.C. Kirkman, comandante del XIII corpo britannico inquadrato nella 8^ armata britannica, decise di sferrare l’attacco principale verso Firenze, subentrando ai francesi del corpo di spedizione del gen. Alphonse Juin, ritirati dai combattimenti in Italia in vista dello sbarco in Provenza dopo avere liberato Siena.
Le campagne del Chianti divennero così zona di guerra, campo di battaglia tra alcune delle migliori truppe tedesche in Italia e i veterani delle battaglie africane del XIII corpo britannico, con reparti inglesi, neozelandesi, indiani e sudafricani. Le forze tedesche si attestarono attraverso il Chianti su linee difensive fortificate dai lavoratori coscritti dall’Organizzazione Todt che avevano preparato una rete di capisaldi intervallati da settori coperti dal tiro d’artiglieria, identificando la principale tra tali linee difensive con il nome di “Linea Paula”. Per sfondarle, gli alleati adottarono una tattica basata su ripetuti attacchi locali. Si sfruttava così la propria superiorità di mezzi per risparmiare le truppe, con effetti devastanti sull’avversario e, purtroppo, sul territorio e la popolazione civile.
L’estate del 1944 fu una stagione particolarmente torrida. Fino ad allora, la guerra aveva sostanzialmente risparmiato il territorio toscano, mantenendone quasi intatta la bellezza del tempo di pace. A mezza estate, in Toscana, così il gen. Frido von Senger und Etterlin descriveva il paesaggio, “il verde si fa più scuro; il porpora delle pesche mature e il giallo dorato delle pere si stagliano sui vigneti in frutto e sui campi di grano. Il mais si alza come una giungla, mentre il terreno si fa più secco”. I soldati sul campo, però, avevano raramente l’occasione o lo spirito per apprezzare le bellezze del paesaggio. Un militare neozelandese della 2ª divisione, veterano delle campagne africane, a proposito della Toscana meridionale ebbe a scrivere che in vita sua non aveva mai percorso strade più polverose. Il flusso incessante dei veicoli aveva ridotto la superficie stradale ad una polvere impalpabile che in certi punti era profonda anche 15 centimetri. C’era poco vento, e la polvere sollevata dalle colonne alleate ne indicava ai tedeschi il percorso a chilometri di distanza, anche oltre le colline. Uomini e mezzi sembravano fantasmi, tanto erano uniformemente ricoperti da una polvere simile a gesso. Addirittura, in colonna, i mezzi si trovavano a volte a dover rallentare come in un banco di nebbia, tanta era la polvere sollevata dai veicoli che precedevano.
La battaglia del Chianti si apri con la conquista di Siena, liberata all’alba del 3 luglio dal Corpo di Spedizione francese in Italia, le cui truppe si apprestavano, nel Chianti meridionale, a combattere l’ultima sanguinosa battaglia prima del loro spostamento verso la Provenza nell’ambito dell’operazione Anvil-Dragoon. A nord di Siena, l’avanzata francese rallentò di fronte alla decisa resistenza offerta dalle truppe tedesche della 71ª divisione corazzata e della divisione di fanteria turcomanna. A Poggibonsi, inizialmente occupata il 14 luglio, l’intervento dell’11° reggimento paracadutisti della 4ª divisione costrinse i francesi a ripiegare. La tattica di ritirata tedesca dava i suoi frutti, e per coprire i 26 chilometri tra Siena e Poggibonsi ai gumier alla fine occorsero undici giorni. Quando le truppe coloniali francesi furono infine sostituite il 22 luglio dai neozelandesi della 2ª divisione del gen. Freyberg (che comprendeva la 4ª, 5ª e 6ª brigata, coadiuvate in quella fase anche da alcune unità corazzate indipendenti), si trovavano ancora di poco sopra Castellina in Chianti.

194408_20thNZAR_C_squadron

Agosto 1944 – Carri del 20th Armoured Regiment Neozelandese alla Romola pronti per un attacco notturno. Tanks of C squadron, 20th New Zealand Armoured Regiment, in La Romola, Italy, during World War 2, ready for night attack, August 1944. fonte Alexander Turnbull, National Library of New Zealand

Con la sostituzione in linea delle truppe francesi, si apriva la fase cruciale della battaglia per lo sfondamento a sud di Firenze. Il 23 luglio il feldmaresciallo Albert Kesselring dichiarava Firenze “città aperta”, ordinando di ritirare dall’abitato tutte le forze militari salvo quelle di sicurezza, anche se nei fatti l’ordine fu interpretato piuttosto “elasticamente”. Lo stesso giorno, Kesselring ordinava alla 14 ª armata del gen. Lemelsen di ritardare l’avanzata alleata a sud di Firenze, mentre si completava l’allestimento della linea difensiva “Paula” a sud dell’Arno. A tale scopo, la 4ª divisione paracadutisti doveva presidiare un’altra linea più a sud (la linea “Olga”) perlomeno fino al 25 luglio. Ordine che i paracadutisti eseguirono brillantemente, nonostante gli attacchi in forze dei neozelandesi, ingaggiando combattimenti molto sanguinosi per entrambe le parti.
Il territorio del Chianti, con le sue colline ondulate, l’alternarsi di boschi a vitigni e campi coltivati, le sue strade tortuose, i robusti casolari in pietra, sembrava nato apposta per favorire la difesa mobile, affidata alle poche truppe tedesche appoggiate da carri Tigre in funzione di capisaldi corazzati (ruolo di elezione del pesante, ben armato e ben corazzato carro Modello VI), tanto che i neozelandesi lo ribattezzarono “Tiger Country”. Improvvisamente, gli equipaggi degli inferiori carri Sherman divennero, come ammette perfino lo storico ufficiale neozelandese, “più cauti di quanto fossero mai stati prima”, tanto da minare per una volta la tradizionale ottima collaborazione tra fanti e carristi neozelandesi.

The advance to Florence, 14 July - 4 August 1944

Faticosamente, i neozelandesi della 5ª e 6ª brigata, coadiuvati da un’unità provvisoria formata da blindati e fanteria, continuarono comunque la loro avanzata verso Firenze, attraverso la linea “Olga” tra San Casciano e Cerbaia, e giungendo infine alle alture del Pian dei Cerri presso la Romola, dove correva la Linea Paula in quel settore del fronte. San Casciano, cannoneggiato pesantemente e inutilmente bombardato in due occasioni dai cacciabombardieri alleati, fu infine raggiunto dalla fanteria del 22° battaglione la mattina del 26 luglio, che ingaggiò scaramucce casa per casa per eliminare i cecchini nemici. Dagli edifici più alti del paese, si vedeva infine Firenze. Il cammino per il Pian dei Cerri e le difese principali tedesche a sud di Firenze era aperto, e i combattimenti infuriavano. Solo tra 29 e 31 luglio, l’artiglieria divisionale neozelandese consumò più di 100.000 colpi da 25 libbre, tanto da mettere in seria difficoltà il sistema di approvvigionamento del XIII corpo d’armata. Dal canto suo, Lemelsen avvisò i comandi superiori che il I corpo d’armata paracadutisti era ormai impossibilitato a resistere oltre, per esaurimento delle munizioni e l’impossibilità di fare affluire convogli di rifornimenti per mancanza di carburante.
Nel settore della dorsale del Chianti, intanto era continuata l’avanzata della 6ª divisione corazzata sudafricana, appoggiata dalla 24ª brigata guardie britannica. Unica formazione corazzata sudafricana dell’epoca, la 6ª si era formata in Nord Africa nel 1942, aveva combattuto con l’8ª armata di Montgomery ed era giunta in Italia nell’aprile 1944. Tra le unità alleate in Italia, nessuna esclusa, era quella più potente in termini di armamento e mezzi corazzati, e contava su un forte complemento di unità non sudafricane di fanteria e di altre armi aggregate. Le sue unità organiche comprendevano la 11ª brigata corazzata sudafricana, equipaggiata principalmente con carri Sherman, la 12ª brigata motorizzata, e, fino al gennaio 1945, la 24ª brigata guardie britannica. L’artiglieria divisionale includeva un reggimento di artiglieria da campagna, un reggimento con obici semoventi “Priest”, un ulteriore reggimento di medi calibri, pezzi anticarro ed artiglieria contraerea. Una nota di colore. Mentre le unità sudafricane utilizzavano sempre la bandiera nazionale del 1927, i Royal Natal Carabineers della 12ª brigata motorizzata, unica eccezione ammessa, erano autorizzati a sventolare a fianco della nuova bandiera anche l’Union Jack, per il forte tradizionale legame della popolazione del Natal alla Corona britannica.

Fin da subito i sudafricani si trovarono in difficoltà di fronte alla sperimentata tattica tedesca di ritirata a scaglioni, trattenendo le forze alleate sulle posizioni occupate il più a lungo possibile per poi sfuggire all’accerchiamento all’ultimo minuto, quando era già approntata la linea di difesa successiva. Dopo la liberazione di Arezzo, l’asse dell’avanzata del XIII corpo si era spostata verso nord ovest, investendo per la prima volta il Chianti. I sudafricani della 6ª divisione corazzata, con l’aiuto delle Guardie Scozzesi e dei Granatieri della Guardia, era riuscita a risalire abbastanza rapidamente sino a quasi a Greve. Dalla vetta del Monte San Michele, il 20 luglio i comandanti sudafricani avevano potuto scorgere per la prima volta Firenze in lontananza.
Sulle alture dominanti attorno a Greve (il monte Fili ad ovest ed il monte Domini ad est), era attestata la 356ª divisione tedesca, con l’ordine di resistere ad ogni costo per difendere la Linea Paula. La battaglia per lo sfondamento ad est si aprì con un cannoneggiamento di un’ora sulle linee tedesche. Poi, le Coldstream Guards britanniche, con l’appoggio di un plotone di Sherman del Pretoria Regiment, iniziarono ad avanzare, secondo il resoconto ufficiale sudafricano, con i carri che si arrampicavano “su pendii così ripidi che nessuno Sherman aveva mai superato prima, ne avrebbe dopo”. La sera del 23 luglio la difesa tedesca era spezzata, a caro prezzo. Sull’altro versante della Greve, intanto, i fucilieri del Witwatersrand Rifles, con i carri del Prince Albert’s Guard in appoggio, catturarono monte Fili con un attacco coordinato, da manuale. Greve essendo divenuta indifendibile, i tedeschi si ritirarono il 24 luglio, non prima di avere demolito con meticolosa efficienza quanto poteva ritardare l’avanzata alleata.

Greve in Chianti, un ufficiale alleato osserva, da Panzano, gli effetti del bombardamento su Forte Augustus (così era chiamata, in codice militare, Greve).

Greve in Chianti, un ufficiale alleato osserva, da Panzano, gli effetti del bombardamento su Forte Augustus (così era chiamata, in codice militare, Greve).

 

San Casciano in Val di Pesa, Piazza dell'Erbe e via Machiavelli con gli edifci danneggiati e distrutti dalle mine tedesche e dai bombardamenti alleati.

San Casciano in Val di Pesa, Piazza dell’Erbe e via Machiavelli con gli edifci danneggiati e distrutti dalle mine tedesche e dai bombardamenti alleati.

Ciò nonostante, il giorno successivo i carristi del Pretoria si affacciavano, con le Coldstream Guards, sulle ultime alture del Chianti che dominavano la strada per Impruneta. Un forte contrattacco tedesco con l’impiego di carri Tigre arrestò temporaneamente l’avanzata sulla linea di Mercatale, ma con la conquista delle alture del Pian dei Cerri da parte dei neozelandesi ad ovest e di Monte Scalari ad est (ad opera dei “Tommies” della 4 ª divisione di fanteria britannica), era chiaro che la Wehrmacht non poteva ancora tenere Impruneta. Nonostante le truppe tedesche avessero già abbandonato il paese, anche Impruneta, come San Casciano, fu tragicamente devastata da un pesante quanto inutile attacco dei cacciabombardieri alleati, ed il 3 agosto le avanguardie sudafricane entravano nella cittadina.

La linea Paola ormai aveva ceduto, e la mattina dopo le avanguardie corazzate sudafricane del Pretoria e le Grenadier Guards entravano, prime unità alleate, nei sobborghi sud del capoluogo toscano, precedendo di poco i “Kiwis”. La battaglia per Firenze era iniziata. Grazie alla resistenza delle truppe sul campo, Kesselring però era riuscito a rispettare il calendario della ritirata verso l’Appennino, con la conseguenza di un altro lungo e doloroso inverno di guerra per i soldati di entrambi gli schieramenti e per la popolazione italiana.
Con la liberazione del Chianti le famiglie sfollate o rifugiate nel folto della boscaglia rientrarono alle case prima abbandonate, trovando a volte solo macerie: nel Chianti andò completamente o gravemente danneggiato circa il 30% dei vani, un altro 30% fu danneggiato in modo lieve. Accanto alle distruzioni materiali, stavano le tracce indelebili delle violenze subite e delle perdite in vite umane. Nel solo territorio di Greve, ventinove persone erano state fucilate per insensata rappresaglia. Tra i partigiani ci fu una ventina di caduti, mentre gli ordigni bellici provocarono un centinaio tra morti e feriti nella popolazione civile. Ancora per diversi anni i contadini e gli addetti alle operazioni di bonifica dovettero fare i conti con le quasi 1800 mine stese dai tedeschi tra i primi di giugno e la fine di luglio.

Il peggio comunque era passato, per le popolazioni locali, e si poteva ricominciare a guardare al futuro. Per intanto, mentre ancora si contavano i morti e le distruzioni subite, l’Ente Italiano Audizioni radiofoniche (l’antenato della RAI) decise che era venuto il momento di multare retroattivamente tutti coloro che nei mesi precedenti non avevano pagato il canone radiofonico. La vita quotidiana riprendeva lentamente il suo corso.

Fonti

  • Baldini Carlo, La seconda guerra mondiale da Greve in Chianti a Firenze, Firenze, 1993
  • Biscarini Claudio, 1944 i francesi e la liberazione di Siena. Storia e immagini delle operazioni militari, Siena 1991
  • Brooks Thomas R., The War North of Rome, June 1944-May 1945, New York, 1996
  • Gaujac Paul, L’Armée de la Victoire, vol. 2, Parigi, 1985
  • Kay Robin Langford, From Cassino to Trieste, Wellington, 1967

Italia, le battaglie di autunno Settembre Dicembre 1944

Di Douglas Orgill
Tratto da “La storia della seconda guerra mondiale”
Rizzoli editore 1967

M10 della 6th South African Armoured Division

M10 della 6th South African Armoured Division

I due passi principali a Nord di Firenze si trovavano di fronte alla 5a armata. Il primo, che era anche il più agevole, era il passo della Futa, a 32 km da Firenze sulla statale 65 che porta sino a Bologna. Gli ingegneri della Todt che avevano progettato la Linea Gotica avevano previsto che gli alleati avrebbero concentrato qui il massimo sforzo. Le difese della Futa erano complesse, poderose, con sbarramenti di filo spinato, torrette corazzate interrate e quasi 5 km di fosso anticarro. Circa 11 km più ad est si trovava il passo del Giogo, sulla strada che portava da Firenze a Firenzuola e da qui ad Imola, sulla strada statale n°9. Anche questo passo era ben difeso da una catena di postazioni sistemate sui monti, però i tedeschi erano talmente ossessionati dall’idea di un attacco sulla Futa che avevano scartato la possibilità che il passo del Giogo potesse essere preso in considerazione dagli alleati.

Ancora una volta : ” …fino all’ultimo uomo, fino all’ultima cartuccia ”

Di fronte a Clark, a est del passo della Futa, vi era la divisione dell’ala destra della 10a armata di Vietinghoff, la 715a fanteria. La 14a armata di Lemelsen non era composta da veterani sperimentati come quelli della 10a di Vietinghoff. Essa aveva subito perdite ingentissime durante la ritirata a nord di Roma e una parte delle sue riserve -ad esempio quelle della 4a divisione paracadutisti -era priva di esperienza, costituita da ragazzi che non avevano ancora sparato un colpo in un’azione di guerra. Il comando tedesco, quindi, faceva poco assegnamento su di loro. L’8 settembre venne emanato un ordine del giorno per il 12° reggimento della divisione paracadutisti schierato a guardia del passo del Giogo, in cui si diceva che ” la posizione dev’essere difesa fino all’ultimo uomo e fino all’ultima cartuccia, anche se il nemico dovesse irrompere da tutte le parti, anche sotto il tiro più violento delle artiglierie e dei mortai… “.
Clark attaccò il 10 settembre, impiegando il II corpo, a cavallo della strada statale n. 65 per attaccare il passo del Giogo, con il XIII corpo britannico sulla destra, dove il terreno era più difficile, e il IV corpo d’armata americano schierato lungo la Linea gotica sulla sinistra, per mantenere la pressione sul fianco. Il giorno successivo sia il II sia il XIII corpo d’armata avevano attraversato il Sieve e la fanteria americana si preparava ad attaccare due colli alti circa 900 m, le cime di Altuzzo e di Monticelli, che dominavano l’imbocco del passo del Giogo.
Il tenente generale Geoffrey Keyes, Comandante del II corpo d’armata, mandò all’attacco 1’85a divisione di fanteria. Il 338° reggimento della divisione diede l’assalto ad Altuzzo in un furibondo, cruento combattimento, che si protrasse dalla mezzanotte del 12 settembre alla sera de114, e ricevette un’immediata dimostrazione del fermo proposito che animava i tedeschi, risoluti a non cedere la posizione. Gli americani subirono perdite ingenti sotto il tiro delle mitragliatrici Spandau e dei fucili eri appostati fra i massi e i cespugli dell’ Altuzzo e all’alba del 15 il crinale dell’altura era ancora saldamente tenuto dal 12° reggimento paracadutisti. Sulla destra un altro reggimento americano – il 363° della 91 a divisione di fanteria – era riuscito ad avanzare fino a una novantina di metri dalla vetta del Monticelli, ma non si era potuto spingere più oltre, restando decimato dal tiro dell’artiglieria pesante.
Più a destra, tuttavia, la 1 a divisione di fanteria britannica, la quale aveva attaccato la 715a divisione di fanteria tedesca sul limite di settore delle due armate, riportò un importante successo. La sua 66a brigata di fanteria conquistò Poggio Prefetto, una delle posizioni avanzate della linea gotica, e Clark fu pronto ad approfittare dell’occasione favorevole facendo avanzare il 337° reggimento di fanteria americano attraverso le posizioni britanniche e conquistando Monte Pratone, ancora più all’interno delle linee tedesche.
Inoltre, il provato ma indomito 338° reggimento di fanteria americano era ritornato all’assalto ad Altuzzo e questa volta aveva potuto prendersi la rivincita. Nel corso delle ultime 48 ore anche i tedeschi avevano subito perdite altissime e stavano portando frettolosamente in linea la riserva del corpo d’armata paracadutisti -la brigata granatieri Lehr – ma l’artiglieria e i cacciabombardieri americani li tenevano sotto un fuoco così violento che la fanteria nemica dovette percorrere l’ultimo chilometro e mezzo strisciando sulle mani e sulle ginocchia. La brigata Lehr arrivò troppo tardi. Il 338° reggimento, che aveva ben assimilato la lezione cruenta dei due giorni precedenti, manovrò rapidamente e all’alba del 17 la vetta era nelle mani degli americani. Ben 252 dei 400 uomini delle compagnie fucilieri del battaglione attaccante erano rimasti uccisi o feriti durante i cinque giorni di combattimento.
Nuove speranze rianimarono il comando alleato. La 5a armata avanzò attraverso le complesse ma ormai aggirate opere difensive sul passo della Futa: il 21 di settembre gli americani occuparono Firenzuola, minacciando la strada statale n. 9, la quale aveva un’importanza vitale per le comunicazioni. Clark lanciò la sua eccellente divisione di riserva, l’883 americana, giù per la strada della valle del Santerno, verso Imola, nel tentativo di tagliare la via Emilia e di chiudere in trappola la 10a armata germanica.

Firenzuola dopo l'arrivo degli Alleati

Firenzuola dopo l’arrivo degli Alleati

 

Ma siccome 1’8a armata avanzava lentamente, impedita da un mare di fango, Kesselring poté disporre le sue operazioni di ripiegamento per accorciare la linea del fronte, mentre quella degli avversari si andava allungando, raggruppando nella valle del Santerno i reparti di quattro divisioni. Sebbene 1’88a divisione americana si fosse impadronita, dopo una violenta azione, della posizione chiave di Monte Battaglia, le truppe alleate non riuscirono a spingersi oltre..
L’8a armata, dal canto suo, non fu più in grado di mantenere la pressione che avrebbe impedito a Kesselring di continuare a rinforzare il fronte opposto a quello di Clark. Il tempo era pessimo e le formazioni corazzate britanniche stavano scoprendo che la zona a nord di Rimini non era affatto la terra promessa che avevano sognato, bensì un terreno tutto tagliato da fossi e da canali che erano straripati.

LA LINEA GOTICA

“Linea Gotica” {Gotenstellung) fu il nome dato dai tedeschi all’insieme di fortificazioni costruite sull’Appennino tosco-emiliano per difendere la pianura Padana dall’avanzata degli alleati da Sud. Nell’estate 1944, quando sembrava che essa dovesse essere travolta dalle truppe alleate, i tedeschi preferirono cambiarle il nome in “linea Verde” {Grunelinie), meno altisonante, ma il termine linea Gotica è rimasto generalmente in uso.
La tattica di ritirarsi lentamente su linee fortificate successive (come la “Gustav” a Cassino) fu adottata con successo dalla Wehrmacht durante tutta la campagna d’Italia. I tedeschi avevano iniziato a studiare la possibilità di fortificare l’Appennino già nell’agosto 1943, quando gli alleati stavano ancora combattendo in Sicilia, ma i lavori veri e propri iniziarono solo nella primavera 1944, sotto la direzione della organizzazione Todt.
La Gotica non era una linea continua di fortificazioni, ma un insieme di difese, disposte in profondità sull’Appennino sfruttando gli elementi naturali del terreno, che traversava l’Italia dalla costa tirrenica a nord di Viareggio a quella adriatica a Pesaro, per circa 300 km in linea d’aria. Comprendeva migliaia di opere campali rinforzate in legno, pietra o cemento armato, e fossati anticarro (fra i quali uno lungo 5 km a Santa Lucia presso il Passo della Futa), il tutto protetto da filo spinato e estesi campi minati. Per fortuna degli alleati, i lavori della Gotica erano molto in ritardo sulle previsioni e al momento dell’attacco l’Appennino centrale era ancora sguarnito rispetto alle coste, più vulnerabili e quindi meglio fortificate.

Sulla carta l’approccio alla Linea Gotica dell’operazione “Olive” 26 Agosto 1944, la linea rossa rappresenta la Linea Gotica, quella blu le posizioni degli Alleati.

Sulla carta l’approccio alla Linea Gotica dell’operazione “Olive” 26 Agosto 1944, la linea rossa rappresenta la Linea Gotica, quella blu le posizioni degli Alleati.

 

I punti più agevoli delta linea erano il Passo della Futa e la costa adriatica, che quindi furono fortificate con maggiore impegno. Alla Futa, oltre al lungo fossato anticarro, vennero approntate casematte in cemento armato (in alcuni casi con torrette di carri armati Panther con cannone da 75 mm), piazzole armi, e ricoveri truppe. La linea di difesa avanzata comprendeva trinceramenti difesi da filo spinato ed estesi campi minati, e alla Futa vennero concentrate due delle cinque divisioni tedesche poste a difesa di tutto l’Appennino centrale.
Per questi motivi, gli americani decisero di attaccare al Passo del Giogo, difeso da poche truppe e meno fortificato, ingannando i tedeschi sulle loro vere intenzioni con un forte attacco diversivo della 343 divisione di fanteria sulla direttrice della Futa, a cavallo della dorsale della Calvana e attraverso Calenzano e Barberino. Le operazioni alleate nel settore tirrenico, sotto il controllo del IV Corpo d’armata americano comprendente anche truppe del Commonwealth, assunsero carattere secondario rispetto allo sforzo a nord di Firenze, e le unita schierate lungo la costa toscana condussero operazioni su scala relativamente limitata sino alla primavera 1945.

Foto Bull - 9 aprile 1945 (111-SC-205289) Archivio NARA

Foto Bull – 9 aprile 1945 (111-SC-205289) Archivio NARA. – Nella foto Uomini del 370th Infantry Regiment salgono verso le Apuane nella zona di Montignoso, provincia di Massa Carrara. Liberato l’8 aprile 1945. Per la precisione è fatta da località Piazza (fraz di Montignoso) e si vedono i monti Pasquilio (monte Belvedere) e Carchio. Il National Archive localizza erroneamente la foto 111-SC-205289 sulle montagne a nord di Prato. L’esatta localizzazione è stata possibile grazie alla segnalazione del Sig. Francesco Matteucci.

 

L’ATTACCO DEL II CORPO D’ARMATA PER ESPUGNARE IL PASSO DEL GIOGO

I piani americani

L’ordine di attacco contro II Passo del Giogo prevedeva una manovra parallela contro i rilievi ai due lati del la Strada Statale 6524 (oggi 503): la catena di Monticelli a Ovest (settore della 91a divisione fanteria) e il monte Altuzzo a Est (settore della 85a divisione fanteria). Le unità ¡vrebbero goduto dell’appoggio dell’artiglieria dell’intero II corpo d’armata e di un’intensa preparazione di bombardamenti aerei condotta prima in profondità poi a ridosso del fronte.
I grandi numeri non ingannino: la 5a armata americana includeva dieci divisioni da combattimento su 262000 effettivi, tuttavia gli scontri di prima linea, le azioni decisive sul terrene, furono sostenute da unità con meno di mille uomini: poche compagnie di fanteria di qualche battaglione. Da parte tedesca la sproporzione era ancora più marcata. La sola 4″ divisione paracadutisti, già sotto organico, teneva un fronte di quasi venti chilometri dalla Futa al monte Pratone, praticamente senza disponibilità di riserve. Fra i suoi uomini solo pochi erano veterani di Cassino, quasi tutti erano rimpiazzi privi di addestramento appena giunti dalla Germania, talvolta senza mai avere sparato un colpo di fucile.

Obice da 240mm sulla Via Bolognese nei pressi di Vaglia - Località Campolungo

Obice da 240mm sulla Via Bolognese nei pressi di Vaglia – Località Campolungo

Le posizioni tedesche

Le difese tedesche su Monticelli includevano postazioni in cemento armato o scavate nella roccia, e ricoveri rinforzati con legname e terra di riporto. Le linee di difesa sulla cresta erano protette da fasce di filo spinato di un metro d’altezza per cento di profondità Le due uniche vie di approccio naturale alla cresta (due gole di un fiumiciattolo) erano state minate. Sul versante Nord la Todt aveva costruito dei ricoveri estesi per venti metri dentro la montagna (con capienza di venti uomini) e aveva scavato nella roccia un rifugio da cinquanta posti per il comando. Gli avamposti difensivi coprivano la strada statale poco oltre l’Omomorto.
Sull’Altuzzo, le linee tedesche compivano un semicerchio in quota, ancorato a Ovest ad una cresta prominente che dominava la statale, e raccordato a Est con la vetta del monte (quota 926). Gli avamposti coprivano gli accessi ai massiccio sotto la cresta Ovest e sulla dorsale principale a quota 782.

L’attacco a Monticelli (12-18 settembre 1944)

Il 363 reggimento della 91a divisione fanteria americana si illude di potere conquistare sia l’Altuzzo che i Monticelli senza l’aiuto della 85 divisione, ma incontra una resistenza maggiore del previsto, con pesanti e precise concentrazioni di mortaio e fuoco di mitragliatrici, e subisce contrattacchi notturni dei paracadutisti tedeschi. L’uso dell’artiglieria d’appoggio è ostacolato dall’incertezza sulle posizioni delle proprie truppe. Solo nel tardo pomeriggio del 15 settembre, quando i reparti di prima linea riescono a dirigere il fuoco di artiglieria contro le postazioni tedesche, la compagnia B del 1° Battaglione raggiunge la linea di cresta sul versante Ovest, ridotta ormai a soli 70 uomini sui duecento iniziali.
La compagnia, isolata sulla cresta di Monticelli sotto un fuoco intenso, resiste per due giorni senza rifornimenti a molti contrattacchi. La situazione si stabilizza solo il 17 settembre, quando il 3 battaglione sull’ala destra riesce a raggiungere quota 871, la piana di Monticelli. Nel settore della compagnia B, che ha sopportato lo sforzo maggiore, si contano più di 150 morti e 40 prigionieri tedeschi, contro 14 morti e 126 feriti americani. Ma le perdite complessive da entrambi i lati sono molto più alte.

L’attacco a monte Altuzzo (12-18 settembre 1944)

La 85a divisione di fanteria assegna il compito di conquistare il monte Altuzzo al 338″ reggimento, che manda avanti il 1 battaglione. Ma le difficoltà ¤i orientamento sul terreno e le scarse o errate informazioni sulla situazione disorganizzano l’attacco delle compagnie di punta contro i due costoni dell’Altuzzo (verso quota 782 e verso la cresta Ovest, soprannominata dagli americani “Peabody peak” dal nome del comandante della compagnia B).
L’azione si rompe in una serie di combattimenti fra pochi uomini, con ripetuti contrattacchi tedeschi spezzati solo dall’intervento dell’artiglieria americana che colpisce anche le retrovie, decimando il 1 battaglione del 12 reggimento paracadutisti che presidia le posizioni su monte Altuzzo.
Il 15 settembre i tedeschi chiamano in linea il 3 battaglione, che riconquista le posizioni perdute. Il comando tedesco, che ha compreso finalmente di trovarsi di fronte all’attacco principale del II corpo d’armata, ordina tardivamente l’afflusso delle poche riserve disponibili verso il Giogo, mandando in linea tutti gli uomini abili. Fra questi anche 400 lituani arruolati dalla Wehrmacht, parecchi dei quali si arrendono agli americani alla prima occasione.
Il 16 settembre il 1 battaglione del 338° fanteria attacca nuovamente raggiungendo finalmente la cima di monte Altuzzo. Ma la chiave dello sfondamento e in realtà la conquista di monte Pratone e monte Verruca da parte delle unità alla destra dello schieramento americano il 17 settembre: una breccia di 8 km nelle difese della Gotica.
Il comando tedesco comprende di essere sconfitto e ordina la ritirata sui monti oltre Firenzuola.
II 18 settembre il Passo del Giogo e in mano americana. In sei giorni di combattimento le perdite del II corpo d’armata ammontano a 2731 uomini. Le cifre tedesche sono ignote, ma certamente più alte, soprattutto per l’effetto del fuoco d’artiglieria abbattutosi sui pochi rincalzi diretti verso le prime linee.

Sulla carta l’attacco alla Linea Gotica 10-18 sett. 1944

Sulla carta l’attacco alla Linea Gotica 10-18 sett. 1944

L’ITALIA DIVISA IN DUE: LA CADUTA DEL FASCISMO E L’ARMISTIZIO DELL’8 SETTEMBRE 1943

L’Italia entrò guerra a fianco della Germania nel giugno 1940. I primi successi nazisti in Polonia e Francia facevano sperare Mussolini in una rapida vittoria che nascondesse l’impreparazione militare e la generate debolezza del paese. Ma fu un errore: tre anni dopo, quella guerra disastrosa era costata all’Italia continue sconfitte sui fronti dell’Africa, dei Balcani e in Russia, gravi distruzioni, povertà, quasi 100 000 caduti militari e più di 25 000 morti fra i civili (oltre la metà sotto i bombardamenti alleati).
Dopo lo sbarco anglo-americano in Sicilia la monarchia sabauda compromessa con il fascismo decise infine di deporre Mussolini nel tentativo di salvare la dinastia regnante.
II Duce fu arrestato il 25 luglio 1943, con la complicità dei maggiori dirigenti del partito fascista: il regime ventennale finì fra il giubilo della popolazione, che sperava nella pace, senza che i militanti fascisti opponessero alcuna resistenza. Ma le aspirazioni popolari per una rapida uscita del paese dalla guerra, invero difficilmente realizzabili ora che l’Italia era divenuta un campo di battaglia, si scontrarono subito con i fatti. In un clima di totale indecisione politica e impreparazione militare, il nuovo governo guidato dal maresciallo Pietro Badoglio, formalmente ancora alleato dei nazisti, avvià segretamente le trattative che portarono all’armistizio con gli alleati, che fu reso noto l’8 settembre 1943. In ottobre, il nuovo governo dichiaro guerra alla Germania divenendo “cobelligerante” degli alleati.
I tedeschi, temendo il cambiamento di fronte della monarchia nonostante le assicurazioni ricevute, avevano già cominciato a spostare nuove truppe in Italia dopo l’arresto di Mussolini. All’annuncio dell’armistizio completarono l’occupazione della penisola vincendo la sanguinosa resistenza di pochi reparti italiani.
La fuga del Re e degli alti comandi verso le zone del Sud in mano agli alleati, infatti, provocò qµasi ovunque il disfacimento del Regio esercito. Abbandonata senza ordini e stanca della guerra, la maggior parte dei soldati italiani si sbandò e seicentomila militari caddero nelle mani dei tedeschi che li deportarono in Germania, dove ne morirono circa 40000.
Quasi tutti gli internati rifiutarono di riprendere le armi accanto ai nazisti, e fra i militari italiani sorpresi all’estero dall’armistizio 70000 si schierarono contro i tedeschi, subendo in due anni circa 40000 morti.
L’Italia, spezzata in due dall’avanzata lungo la penisola degli alleati sbarcati a Salerno il 9 settembre 1943, si trovò così divisa anche politicamente, sotto due governi che reclamavano entrambi la loro legittimità: quello monarchico ai Sud e quello fascista della Repubblica sociale italiana (RSI) al Nord, costituito il 23 settembre nei territori ancora occupati dai nazisti che avevano liberate Mussolini dalla prigionia sul Gran Sasso trasferendolo sotto loro controllo a Salò.

LA VITA QUOTIDIANA DELLE POPOLAZIONI

Come tutte le altre comunità ©taliane, con l’entrata in guerra nel 1940 la Toscana conobbe i lutti dei soldati morti o dispersi al fronte, il razionamento e la scarsità ¤i tutto.
Nell’estate del 1944, quando il fronte raggiunse la nostra regione, le razioni mensili di generi alimentari acquistate con la carta annonaria erano limitatissime: per esempio 180 grammi di olio e grassi e 150 grammi di carne (osso incluso).
Le campagne pativano meno delle città, dove il collasso delle vie di comunicazione bombardate dagli alleati rendeva sempre più difficile trovare da mangiare, se non ai prezzi esorbitanti del “mercato nero” (un fiasco d’olio poteva costare fino a 1100 lire, un kg di zucchero 180 lire, quando un operaio guadagnava – se lavorava – sulle 3 lire l’ora), e nel giugno 1944 la mancanza di pane provocà­¡nifestazioni di piazza in numerosi centri della regione.
La guerra combattuta, che lascia le tracce più crudeli, fu quella compresa fra la fine del 1943 e la liberazione nell’inverno 1944, il periodo che vide l’occupazione nazista, la nascita della Resistenza e il passaggio della guerra. Firenze, città d’arte, fu quasi del tutto risparmiata dai bombardamenti aerei, e Calenzano fu colpita involontariamente quando alcuni bombardieri alleati si liberarono del loro carico per sfuggire ai caccia tedeschi, provocando alcuni morti e feriti.
Molti altri centri toscani però fµrono meno fortunati. II 30 dicembre 1943 i bombardieri alleati compiono un’incursione diurna su Borgo San Lorenzo, provocando ingenti danni, causando un centinaio di morti e moltissimi feriti, e costringendo gli abitanti a sfollare nelle campagne.
Le tragedie e le distruzioni si moltiplicarono nei mesi successivi. Quasi tutte le maggiori località ´oscane furono bombardate o cannoneggiate, talvolta interamente rase al suolo. II cammino delle truppe tedesche in ritirata nell’estate 1944 fu segnato da uno stillicidio di uccisioni immotivate e da eccidi di massa particolarmente efferati, tra i quali spiccano quelli di Sant’Anna di Stazzema e del Padule di Fucecchio, perpetrati spesso senza neppure il pretesto di compiere una rappresaglia antipartigiana.
Con l’avvicinarsi del fronte, inoltre, i tedeschi evacuarono la popolazione per una fascia di 20 km di fronte alla linea di difesa principale della linea Gotica, minando o distruggendo tutti i ponti, le strade e le altre vie di comunicazione in quella zona.
L’ordine di sfollamento venne impartito fra la fine di agosto e gli inizi di settembre, sotto minaccia di fucilazione. Le popolazioni della Toscana erano sempre di più centro delle battaglie combattute fra gli eserciti alleati e i tedeschi, e fra i nazifascisti e le forze partigiane attive sull’Appennino, in perenne rischio di mitragliamenti aerei, rastrellamenti, rappresaglie, violenze e requisizioni.

LA RESISTENZA NELL’ITALIA OCCUPATA

Accanto al significato politico per il futuro dell’Italia, e anche senza contare l’opposizione più o meno aperta di larghe fasce della popolazione al fascismo e ai tedeschi, la resistenza “combattuta” fu importante anche sul piano militare. Si calcola che la repressione antipartigiana abbia impegnato costantemente quasi 300000 militari della RSI e della Wehrmacht, e le perdite inflitte ai tedeschi nella fase cruciale dell’autunno 1944 (quando gli alleati cercavano di sfondare la Linea gotica) raggiunsero la cifra considerevole di circa quattrocento uomini al mese. Inoltre, i lavori delle fortificazioni tedesche sull’Appenino subirono forti rallentamenti per effetto delle azioni partigiane. Allarmati rapporti tedeschi riconoscevano che i partigiani ponevano un pericolo serio alle truppe al fronte, ai rifornimenti e al funzionamento delle industrie di guerra italiane (che contribuivano al 12% dello sforzo bellico tedesco). Più in generale, la presenza sui territorio delle forze partigiane, che in pratica limitava il controllo della RSI alle sole fasce pianeggianti del Nord Italia e alle città, rafforzò l’ostilità nella maggioranza degli italiani contro tedeschi e fascisti, portò al fallimento della leva della RSI, impedì ai tedeschi di trasferire forzatamente in Germania tre milioni di lavoratori italiani, come nei loro piani, e salvò dalla distruzione della Wehrmacht in ritirata una buona parte dell’apparato industriale settentrionale, facilitando la ripresa economica dell’Italia nel dopoguerra.

L’importanza militare della resistenza

La resistenza armata contro tedeschi e fascisti iniziò sµbito dopo l’8 settembre e si concluse con la liberazione dell’Italia settentrionale nell’aprile 1945. I primi gruppi di combattenti irregolari si costituirono spontaneamente subito dopo l’armistizio, soprattutto al Nord. Nei mesi successivi il movimento del la resistenza si allargò e assunse connotati politici più vari sotto la direzione dei riorganizzati partiti antifascisti.
Questi, dopo la liberazione di Roma nei giugno 1944, sostituirono il governo Badoglio alla guida politica dell’Italia liberata accanto all’amministrazione militare alleata. I partiti dirigevano la resistenza attraverso il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) e le sue articolazioni regionali, ed erano collegati clandestinamente alle forze nei territori occupati dai tedeschi, anche se talvolta i quadri locali si muovevano con molta autonomia.
A partire dall’inverno 1943 le prime “bande” di ribelli (come spesso amavano essi stessi chiamarsi) si consolidarono in formazioni meglio organizzate, prevalentemente “Garibaldi” (socialisti e comunisti) e “Giustizia e Libertà ¦quot; (laici progressisti), con accanto anche alcune formazioni cattoliche e, soprattutto in Piemonte, “autonome” di orientamento monarchico. Al momento della massima espansione nella primavera 1945 le formazioni partigiane includevano circa 120000 effettivi. Nei venti mesi di occupazione tedesca i combattenti in montagna furono in totale circa 200000, quelli attivi nelle città altri 100000.
I morti fra i partigiani furono quasi 45000, 21000 i feriti gravi, mentre le rappresaglie tedesche e fasciste sulla popolazione civile, particolarmente sanguinose in Toscana, causarono circa 10000 morti.

LA RESISTENZA IN TOSCANA

La resistenza toscana ha avuto vita relativamente breve rispetto a quella dei Nord, perché la regione fu liberata entro la fine del 1944. Ciò nostante, tra combattenti e patrioti i toscani attivi nella resistenza furono quasi 30 000. Inoltre, per la prima volta dall’inizio della campagna d’Italia gli alleati incontrarono un movimento bene organizzato politicamente e militarmente. Nel giugno 1944 il Comitato Toscano di Liberazione Nazionale (CTLN) composto dai partiti antifascisti si proclamano organo di governo legittimo della regione, decidendo che le forze partigiane avrebbero dovuto prendere il controllo delle città liberate prima delle truppe alleate, per insediarvi un’amministrazione italiana. L’obiettivo fu spesso raggiunto, come nel caso emblematico di Firenze passata sotto governo dei CTLN l’11 agosto 1944, nonostante che gli alleati avessero ordinato il disarmo dei partigiani la settimana prima: ordine revocato di fronte alla ferma determinazione dei partigiani stessi, che minacciarono di opporvisi con le armi.
La Toscana a quel tempo era una regione legata molto strettamente all’agricoltura, soprattutto nelle zone di montagna, e il legame fra partigiani e contadini fu uno dei tratti più catteristici della resistenza nella regione. I primi non potevano sopravvivere sulle montagne o sfuggire ai rastrellamenti senza l’appoggio dei secondi, e gli uni e gli altri del resto erano accomunati dalla speranza di un riscatto sociale nel dopoguerra.
Accanto alle azioni di guerriglia militare contro i tedeschi, uno degli obiettivi più importanti dei partigiani quindi fu quello di sottrarre i prodotti agricoli destinati all’ammasso dalle autorità fasciste, requisendoli ai contadini (e restituendo loro segretamente una percentuale di quanto sottratto) o partecipando con questi di nascosto al raccolto.
La diffidenza e l’ostilità verso fascisti e tedeschi quindi furono sentimenti molto diffusi, anche per merito delle simpatie che i partigiani seppero conquistarsi fra i ceti popolari e nelle campagne, da dove essi stessi per lo più venivano. I bandi di arruolamento della RSI emanati nel febbraio e nel maggio 1944 così ebbero solo l’effetto di spingere la maggior parte dei giovani alla macchia.
Dopo la liberazione di Firenze la resistenza continuò lµngo tutto l’Appennino tosco-emiliano, in modo particolare nella zona fra Firenzuola e Imola e nelle Apuane e in Garfagnana. In queste aree le forze partigiane ebbero un’importanza e un’organizzazione paragonabili a quelle, molto forti, del cuneense. A nord del capoluogo la formazione più importante fu senz’altro la 36 brigata Garibaldi “Bianconcini”, attiva soprattutto nell’Imolese dall’aprile all’ottobre 1944 e arrivata a contare più di 1200 partigiani impegnati in azioni importanti come l’occupazione di
Palazzuolo e Firenzuola. Alla fine di settembre i partigiani del III battaglione della “Bianconcini” furono protagonisti, assieme agli americani dei 350 reggimento fanteria, di uno scontro sul monte Battaglia che porto quasi allo sfondamento alleato verso la pianura Padana.

LA RESISTENZA IN MUGELLO

Per approfondire la conoscenza sulla Resistenza in Mugello si raccomanda la lettura di “Giorni da Lupo – fascismo e resistenza a Vicchio di Mugello tra l’estate ’43 e l’estate ’44” di Fernando Gattini edito nel 1995 dal Comune di Vicchio e dal quale abbiamo adattato il presente capitolo.
Il Mugello in quel periodo presentava la fisionomia di un’area tendenzialmente povera. Il Mugello, si è sempre caratterizzato, fin dall’antichità come terra di passaggio verso la Romagna, attraverso la Faentina (di origine etrusca), e verso i popoli del Nord, della Padania, attraverso i valichi appenninici, ma nonostante fosse attraversato da importanti vie di comunicazione le sue capacità di relazione economica e sociale si risolvevano quasi esclusivamente nel rapporto con Firenze con scarsi contatti con altre realtà
La sua struttura economica era basata su una realtà industriale scarsamente sviluppata (fatta di piccole industrie e concentrata per lo più nei comuni di Barberino e di Borgo San Lorenzo) ed un’agricoltura scarsamente agevolata dalla conformazione del suo territorio. L’agricoltura costituiva la risorsa più importante ed era concepita secondo gli schemi della mezzadria tradizionale, con fattorie di notevoli dimensioni, divise in poderi, nei quali vivevano e lavoravano intere famiglie di contadini.
A fronte di questa situazione, pensare che la partecipazione della popolazione del Mugello alla Resistenza sia stata marginale è µn valutazione sbagliata. Al contrario, quello che accadde in questa terra ha assunto grande importanza strategica per il successivo sviluppo della lotta di liberazione in tutta la regione. Fattore fondamentale è stata la configurazione del suo territorio e per la contiguità con Firenze.
La Resistenza toscana fu di breve durata rispetto a quella di altre regioni del nord Italia, ma fu un movimento assai vasto e bene organizzato, teso a conquistare il consenso della popolazione per proporsi come forza di autogovemo delle zone liberate dagli alleati. In Mugello le formazioni più importanti erano la 2″ Brigata Carlo Rosselli (Giustizia e Libertà costituita a Ronta nell’ottobre 1943 e la 36″ Brigata Garibaldi “A. Bianconcini” attiva dal gennaio 1944 e arrivata a contare più di 1250 partigiani impegnati in azioni importanti come l’occupazione di Palazzuolo e Firenzuola. A queste si affiancavano varie “bande” minori.
Con la stabilizzazione del fronte sulla Linea Gotica, il passaggio appenninico diviene fondamentale, sia per i tedeschi che per gli alleati. Per questo l’area fu fortemente interessata dal passaggio della guerra, e le popolazioni non risposero in maniera passiva alle esigenze della lotta di liberazione. Il rapporto con Firenze è invece una costante sempre presente nella storia del Mugello, che ha vissuto, si è sviluppato, si è costruito un’identità nel rapporto e nelle risorse che ha dato all’evolversi della storia fiorentina. Durante la Resistenza questo rapporto vive una stagione di grande intensità, non solo per il contributo dei giovani mugellani che, al fianco di “Potente”, contribuirono alla liberazione della città, ma perché qui, i partigiani fiorentini trovarono rifugio, possibilità di organizzarsi e di fare un’azione di proselitismo. In questo quadro si genera l’origine del movimento partigiano.
La nascita e la crescita del movimento partigiano nella Provincia di Firenze, ha avuto il suo centro nel Mugello e principalmente sul Monte Giovi. Il movimento in Toscana è sorto e cresciuto in modo diverso da come è avvenuto al nord. A nord interi raggruppamenti di esercito regolari presero la strada della montagna ed assunsero, già dai primi tempi, caratteristiche di vere formazioni militari. Questo, in particolar modo in Piemonte, anche se successivamente le stesse furono integrate da civili che volontariamente presero la strada della montagna.
Vi è quindi una diversità sostanziale tra le formazioni partigiane della Toscana e quelle del nord, sia di carattere politico che militare, maturata anche nel periodo in cui queste hanno operato.
Al nord è forte, almeno in una parte del movimento, una chiara forma di inquadramento militare, soprattutto nel modo di combattere. Vi sono differenze anche negli orientamenti politici ai quali le diverse formazioni si richiamavano, principalmente a nord, dai garibaldini a Giustizia e Libertà, con tanti autonomi che si richiamavano al movimento cattolico, come pure interi raggruppamenti chiaramente monarchici. Assenza assoluta o quasi di questi ultimi movimenti in Toscana. Organizzazione paramilitare o militare del nord, spontanea e popolare in Toscana, nelle cui file non vi sono elementi militari se non raramente, e non certo determinanti, con qualche ufficiale e l’assenza assoluta di ceto medio, anche intellettuale.
I partigiani toscani assomigliano più agli uomini di Pancho Villa, che ad un esercito, basta guardare le fotografie dell’epoca. Nel nord, in particolare in Piemonte, vi erano ufficiali di ogni grado, provenienti dall’esercito, che hanno caratterizzato anche l’inquadramento militare delle stesse formazioni.
Non dimentichiamo poi che la diversità nel movimento partigiano in Toscana da quello del nord è segnata dalla diversità nelle condizioni socio-economiche delle due zone, non solo dalle diverse condizioni geografiche. Si pensi alle campagne toscane, interamente popolate da contadini mezzadri, il cui rapporto con il padrone è di sudditanza e pieno sfruttamento. Per il contadino la lotta partigiana e l’opposizione al fascismo significa il riscatto della sua condizione, l’affrancamento dal continuo ricatto del proprietario che in ogni momento poteva togliergli la terra: la propaganda dei partiti di sinistra, aveva posto con chiarezza questo serio problema.
Anche per questo i contadini toscani furono i primi ad aiutare i partigiani e divengono parte integrante delle stesse formazioni. Queste considerazioni sono utili per cogliere le condizioni in cui operavano i partigiani in questa realtà e che nel mese di maggio si trovavano a gestire una situazione di relativa calma. Non avvennero scontri di rilievo perché le pattuglie partigiane cercarono di evitarli.
Innanzitutto c’era bisogno di rafforzarsi, di predisporsi per un nuovo impegno. Si volevano evitare eventuali rappresaglie contro le popolazioni civili che già tanto avevano sofferto nei mesi precedenti, ed anche perché stavano maturando grossi eventi militari.
Gli eserciti alleati stavano avvicinandosi a Roma. Le forze partigiane della Toscana avranno di lì a poco i nuovi problemi in quanto dovranno operare nelle retrovie del nemico, e quindi non sarà possibile evitare scontri. I tedeschi scorrazzavano per la vallata e con l’avvicinarsi del fronte iniziano i rastrellamenti: fanno razzia di tutto ciò che ad essi serve.
Non hanno più rornimento di viveri e quindi se li procacciano nelle campagne. I contadini cercano di salvare il salvabile nascondendo le loro bestie ovunque. Anche gli uomini non sono sicuri. I giovani e gli uomini in età da arruolamento vengono catturati per essere inviati in Germania, chi si ribella rischia di essere ucciso.
Infatti il Mugello rappresenta uno dei casi dove la collaborazione tra contadini e partigiani fu più proficua. Tanto più un’area ancora saldamente “bianca” e cattolica, con una fonte tradizionale mezzadrile, dove perì nel corso della lotta partigiana i comunisti rappresentarono senza alcun dubbio la forza largamente egemone.
Dalle prime azioni improntare sulla spontaneità e sul coraggio individuale dei singoli, ai primi raggruppamenti a Gattaia, a Villore, a Monte Giovi, alle discussioni per trovare forme organizzative adeguate all’esigenza di un coordinamento con i partigiani che venivano da Firenze, sino alla successiva necessità di una direzione politica.
Si comprende anche un dato di grande importanza, che ancora deve essere studiato: la capacità che ebbe il movimento partigiano locale di adeguarsi alle varie fasi della lotta, che non sono solo esigenze militari, ma anche organizzative e politiche. Vedi il passaggio da una lotta spontanea, per piccoli gruppi, alla necessità di un coordinamento, l’acquisizione di una struttura politica ed organizzativa autorevole, ad una forza di lotta per dei precisi obbiettivi e con delle finalità di governare.
Tutto questo presuppone l’acquisizione di una consapevolezza precisa, capace di trasferire l’aspirazione alla libertà, la rabbia contro gli oppressori in qualcosa di più duraturo e mirato.
Questo dato esige una duplice riflessione: politica e storiografica. Per quanto riguarda la prima è ®ecessario rilevare che, nel rapporto tra contadini e partigiani, quest’ultimi ebbero l‘intuizione e l’accortezza di farsi carico di precise esigenze dei contadini. La difesa del suolo, la difesa del patrimonio zootecnico, la difesa del raccolto nei confronti dei proprietari, erano parole d’ordine largamente condivise sia dagli uni che dagli altri, perché erano anche condivise le condizioni di vita ed i relativi problemi. Questo spiega perché ci fu un legame così profondo, che in altre realtà i nazifascismi cercarono di rompere con stragi ed eccidi (l’eccidio di Padulivo, l’eccidio di Campo di Marte, la distruzione di Vicchio).
La seconda riflessione introduce un elemento di grande rilevanza storica: nel dopoguerra il Mugello appare come un’area segnatamente di sinistra, con una forte presenza comunista. La situazione non era così caratterizzata prima della guerra. Un approccio alla comprensione deve partire da lontano, quando, tra la fine del secolo e i primi decenni de1‘900 il Mugello è ancora considerato come terra con caratteristiche strutturali arcaiche, semifeudali, con una forte presenza della chiesa (anche sotto il profilo economico) una forte aristocrazia e una rigida mezzadria come elemento portante dell’economia. Con la nascita del movimento socialista i rapporti sociali non modificano di molto. Sarà la grande guerra la cesura tra una mentalità ed un’altra. L‘egemonia cattolica si trasforma. Nascono sindacati ed organizzazioni bianche, non più controllabili dai proprietari e con l’affermazione del fascismo nasce anche il conflitto con il movimento cattolico.

IL FASCISMO DOPO L’8 SETTEMBRE:LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

L’8 settembre è infatti data decisiva per capire gli episodi che si susseguirono. É in quest’anno che maturano le condizioni per la sconfitta del nazi-fascismo. É l’anno della svolta internazionale che condiziona in maniera diretta il corso degli eventi in Italia.
Lo svolgimento degli avvenimenti documenta il fallimento delle scelte belliche dei tedeschi. Infatti, se la battaglia d’Inghilterra, l’opposizione posta dagli americani ai giapponesi nel Pacifico, la tenacia della resistenza sovietica avevano dimostrato l’impraticabilità ¤ella guerra lampo progettata dallo stato maggiore tedesco, la battaglia di Stalingrado segna con chiarezza l’inversione di tendenza nell’andamento bellico.
I russi prendono l‘iniziativa sul fronte orientale, mentre lo sforzo economico e militare statunitense garantisce la supremazia aerea in Europa e il ribaltamento delle posizioni nel Pacifico. I tempi erano dunque maturi per un attacco alla potenza giapponese e per uno sbarco alleato in Europa.
Gli angloamericani conquistando il controllo del Mediterraneo, creano le condizioni per uno sbarco in Sicilia, sbarco che avviene tra il 9 ed il 10 luglio, senza che l’esercito italiano riesca ad opporre una significativa resistenza.
Per il regime Fascista il colpo fu durissimo: lo sfacelo interno raggiunse il suo culmine.
La disastrosa conduzione della guerra si aggiunge alla mancanza di materie prime e di approvvigionamenti che creavano enormi difficoltà ®ell’industria, alla conseguente crisi economica ed al malcontento generale. Malcontento generale che si esprime con gli scioperi avvenuti nelle fabbriche del Nord ed in particolare a Torino, nel marzo del 1943.
In questa situazione Vittorio Emanuele III, per timore di essere travolto dagli eventi insieme a Mussolini (che aveva fino ad allora incondizionatamente appoggiato), concepì µna manovra di sganciamento tesa a separare le sorti di Casa Savoia da quelle del fascismo e diretta a precostituire le basi per una soluzione conservatrice moderata.
Contava, per questo, sull’opposizione interna al Gran Consiglio del Fascismo, facente capo a Dino Grandi, il quale, il 25 luglio 1943, propose un ordine del giorno di sfiducia nei confronti di Mussolini.
La storia ci racconta che Mussolini fu messo in minoranza; nel prenderne atto, il re ne ordinò l’arresto e lo sostituì £on il generale Pietro Badoglio alla guida di un governo di tecnici.
A vent’anni dalla conquista del potere, il regime fascista cadeva tra l’entusiasmo generale, sotto il peso dei propri errori e lasciando l’Italia in una situazione drammatica, con gli alleati saldamente attestati al sud, le truppe tedesche in grado di controllare il resto della penisola ed una protesta popolare antifascista che rivelava l’abisso che si era scavato tra la nazione ed il regime.
In una tale situazione il governo iniziò a negoziare segretamente con gli alleati per giungere ad un armistizio, reso noto l’8 settembre.
Lo sbandamento assunse una dimensione tragica. Nessuna misura era stata presa per prevenire la reazione tedesca, ed in molte zone le truppe italiane rifiutarono di passare sotto il comando tedesco, combattendo disperatamente prima di soccombere.
Contemporaneamente, pochi giorni dopo l’armistizio, Mussolini, liberato dai paracadutisti tedeschi, ricostituì a Salò il governo fascista, la Repubblica Sociale Italiana, mentre nell’Italia meridionale, occupata dagli alleati, operava il governo Badoglio.
Alla grande gioia per la caduta del fascismo faceva da contraltare la mancanza di libertà e l’aprirsi di un conflitto che si prevedeva durissimo, in un contesto economico di grande miseria. La Repubblica sociale italiana (RSI), lo Stato fascista che governava i territori non ancora liberati dall’occupazione nazista, venne costituita il 23 settembre 1943, dopo che I tedeschi avevano liberato Mussolini, imprigionato dalla monarchia nel luglio precedente. Le forze armate fasciste comprendevano cinque divisioni e altri reparti minori, che alla fine della guerra avevano avuto oltre 4000 caduti. Le “camicie nere” vennero inquadrate nell’esercito e trasformate in Guardia Nazionale Repubblicana, con compiti di polizia analoghi a quelli dei Carabinieri. I reparti che si macchiarono dei peggiori atti criminali furono pero le “Brigate nere” formate nell’estate 1944 e impiegate nelle azioni di repressione antipartigiana. Le Brigate nere raccoglievano gli elementi fascisti piåù estremisti. Quelli della zona di Firenze, sfollati a nord subito prima dell’arrivo degli alleati, si distinsero per la brutalità dimostrata nei rastrellamenti in Valtellina.

1944 – 1945 La liberazione in Toscana

Mai, forse, la storia ha lasciato a così tante città e paesi una data unica e legata alle vicende delle singole comunità come quella del giorno della liberazione dal nazifascismo. In quel giorno quasi sempre è µn gruppo di partigiani ad annunciare la fine dell’occupazione nazista. Sempre, invece, gli eserciti alleati trovano, per la prima volta in modo così esteso nel corso della loro risalita dal Sud, forme già £ostituite di autogoverno locale. La Liberazione è salutata dal suono delle campane, dai falò sµlle colline, dallo sventolio di vecchie bandiere. La popolazione torna nelle strade, si accalca nelle piazze. In alcuni casi città e paesi, una volta liberati, devono far fronte, ancora per giorni, alle insidie di un esercito in ritirata e allo sbando. Date ben vive nella memoria delle comunità e che meritano di essere riunite in un calendario speciale per ricordare i giorni più lunghi della Toscana, quando finì l’epoca in cui “la notte s’invocava il giorno e il giorno era più vivo della notte”.